
Rincorrersi – un dialogo impossibile




Lui aveva tante donne e un’attività sessuale invidiabile.
Sapeva cosa significava: stava morendo, glielo aveva detto Clarissa – e siccome su quel nome si era interrogato a lungo e aveva trovato un’etimologia inequivocabile, non poteva dubitare delle sentenze che uscivano da lei.
Quel “Giacomo, stai morendo” a chiusa di un clarissimo e melodioso orgasmo, era decisivo per il suo futuro.
“Sto morendo, cazzo!”
La storia con Clarissa era finita lì, ma sarebbe finito anche tutto il resto in breve tempo.
Il fatto è che Giacomo piaceva proprio per l’aria di estrema funzione che aveva la sua vita. Si trattava di una vita di qualche successo, di un certo appeal da maschio che aveva performato fino a quel punto rispettando le consuetudini sociali delle cose belle, ben fatte… Finite.
Ma era veramente finito, Giacomo?
“Ma no, non può essere, non mi sembra…” si ripeteva come un ebete in passeggiata, mentre gruppetti di ragazzine lo guardavano pensando che quello era proprio un tipo sexy, proprio uno che aveva raggiunto quel punto, quel limite… E bisognava farsi scopare prima che morisse!
“È tutto vero, maledetta Clarissa!”, ma intorno, ormai, non era una sola maledizione, erano tante splendenti clarisse di profetici orgasmi finali.
Ma che aveva fatto, lui, per tutto questo tempo? Studiava la storia delle parole, aveva dato in pasto all’intelligenza artificiale centinaia di etimologie di cui si perdeva la provenienza nel chissà dove e chissà come e quando dai neuroni artificiali era spuntato un dizionario etimologico digitale resistente alla muffa, lui era stato così contento da convincersi di essere di qualche civica utilità.
“Coltivare parole è così difficile oggi…” – se lo ripeteva come un mantra dopo la scomparsa della sua famiglia, di cui non rimanevano che slogan e tutto ciò che avevano lasciato i componenti del suo affettuoso clan mano a mano che si erano resi conto di avere assolto al proprio ruolo. Gli mancava tanto la mamma e soffriva così tanto la sua fine, perché si rendeva conto di esserne stato l’artefice. La mamma di Giacomo aveva avuto nella vita un solo obiettivo: Giacomo, appunto – e una volta che questo si era fatto grande, lei aveva deciso di essere felice così, di avere finito.
“Cazzo, ma io non sono felice” pensava Giacomo mentre le donne lo desideravano e in quelle leggeva la sua fine.

“Le arroccate” ha debuttato a gennaio 2025 al Palazzo dei Congressi di Garda (VR), con un buon successo di pubblico; ha replicato per la giornata internazionale dei diritti delle donne, l’8 marzo 2025 – vista la coerenza con i temi affrontati dallo spettacolo.
Il 5 luglio 2025 “Le arroccate” sarà in scena a Calmasino, Bardolino (VR), in occasione della rassegna “Luci in corte a Calmasino”.
Di seguito è possibile vedere la scheda informativa e cliccando il link è visibile una carrellata delle scene fondamentali dello spettacolo.
link video teaser “Le arroccate”



GIUDICE: Chi siete?
MEMORIA: Io sono la Memoria. (Uno sguardo a Silenzio che tace) Lui non vi dirà niente.
GIUDICE: Silenzio! È il suo turno!
SILENZIO: Giusto.
GIUDICE: Qui “giusto” posso dirlo solo io.
SILENZIO: Allora, a ben vedere, mi taccio.
GIUDICE: Ma vi ho chiesto chi siete!
MEMORIA: Ve l’avevo detto, io ho fatto la mia parte!
GIUDICE: Ripeto, silenzio!!
SILENZIO: Presente!
MEMORIA: Oh, signor Giudice, Vi sta dicendo di essere proprio il Silenzio in persona, quindi dovreste mostrarvi felice di aver carpito da lui qualche concetto… Almeno una vaga conferma in quel suo arrogante “giusto”.
SILENZIO: Umpf.
GIUDICE: Questo è fin troppo!
MEMORIA: Se ce l’ha con me, che in quanto Memoria ricordo a tutti come stanno le cose, giudicatemi pure colpevole, cosa ci posso fare? Dite!
GIUDICE: Dico che addirittura un “Umpf” nella mia corte è troppo! Insomma, che io tolleri un Silenzio di poche parole, seppur arroganti, può essere trovato adeguato alla situazione, ma che addirittura mi si rivolga un verso di stizza… Sapete che potrei farvi impiccare?
MEMORIA: Non ci cascate Giudice, siamo qui apposta!
GIUDICE: Per farvi impiccare?
MEMORIA: Lui! Lui sì che desidera la forca! Senza fiato non si può parlare, con la morte non c’è memoria. Lui…
SILENZIO: Io?
MEMORIA: Lui non ci perde niente! In questo sta la sua indifferenza… La morte non fa che esaltarlo! Io invece…
SILENZIO: Tu prima o poi morirai.
MEMORIA: Dovresti uccidermi e non è facile perché io, al contrario di te, parlo!
GIUDICE: Alla mia corte non sempre è richiesto di parlare, anzi, se steste zitta qualche momento potrei ben capirci qualcosa. Dunque, siete qui per essere giudicati, è corretto?
MEMORIA E SILENZIO: Sì.
GIUDICE: Ebbene, avete quindi commesso qualche atto amorale, alogico, insensato, tale che richieda la mia azione in questa sede?
MEMORIA E SILENZIO: Certo.
GIUDICE: E lo ammettete senza bisogno di testimoni?
SILENZIO: I testimoni sono morti e in qualche modo hanno fatto il mio gioco.
MEMORIA: Sei un assassino!
GIUDICE: Quindi si tratta di omicidio?
SILENZIO: Strage.
GIUDICE: Addirittura?
MEMORIA: Credeteci, una vera e propria strage con tante vittime… Milioni!
GIUDICE: Questo mi sembra esagerato.
SILENZIO: La Memoria deforma le cose, le ingigantisce, Giudice. Insomma, milioni di morti sopraggiunte nel mutismo di tutti, nemmeno un grido… Si è mai sentita una fine del genere?
MEMORIA: Molti di quelli che avrebbero avuto le orecchie per ascoltare, avevano a che fare solo con te: il silenzio!
GIUDICE: Quanta retorica! Il giudice sono io! Lasciate che ci veda chiaro.
MEMORIA: Il punto è questo, non si vede niente nel modo in cui si è abituati a fare.
GIUDICE: Che sciocchezza, qualcosa deve essere pur rimasto. Lei, che è la Memoria, si ricorderà qualche dettaglio!
MEMORIA: Io ricordo tutti, Giudice, purtroppo però molti non avevano un nome quando sono stati uccisi. Per questo, per vedere le cose, si deve uscire dalle abitudini.
GIUDICE: Attenta perché potreste essere condannata per troppe metafore! Che modo avete di mettere a disposizione del giudice i ricordi! Rischiate grosso, oggi! Il mio giudizio è inappellabile e voi annebbiate la realtà, vi condannerò per oscurantismo!
SILENZIO: A volte è meglio tacere.
MEMORIA: Vi prego, Giudice, non fate il suo gioco, quello è il vero male. Starsene lì, senza esprimere nulla… Mi ammazza!
GIUDICE: Ah, finalmente qualcosa di tangibile! La sta ammazzando? Si tratta di un tentato omicidio? Lei, Memoria, è la vittima!
MEMORIA: Sì, lo sono, anche se… Io sono fortunata! (Silenzio ride)
GIUDICE: Siete due pazzi!
MEMORIA: Ecco, vedete! Così avviene il solito equivoco… Siamo pazzi, trasmettiamo i fatti distorti, mostriamo orrendi delitti, stragi, genocidi così come siamo noi: una Memoria che non riesce a esprimere se stessa e un Silenzio megalomane… D’altra parte voi non vi sforzate mai di uscire dalle vostre abitudini!
GIUDICE: Questo discorso è dettato dalla follia, non c’è dubbio… La sentenza non si farà attendere.
SILENZIO: La sentenza deve tenere conto anche di me.
GIUDICE: Voi non avete detto più di qualche parola accompagnata da versi! L’ennesima follia è la pretesa di considerare la testimonianza del Silenzio! Voi siete già morto.
SILENZIO: Appunto, Giudice, non sono il mio testimone, ma sono l’unica testimonianza di milioni di persone che non possono più parlare. Ecco da dove viene la mia megalomania, io rappresento tutti loro. Perciò, quando voi mi state di fronte, siete certo di giudicare? Non è forse il caso che voi siate sotto giudizio?
MEMORIA: Ecco, ecco, arriviamo alla questione fondamentale!
GIUDICE: Diamine… E quale sarebbe?
MEMORIA: Che state finalmente cominciando a percepire la verità fuori dalle vostre abitudini! Il vero silenzio è quello di certe consuetudini che non producono reazioni. Abbiamo nominato stragi e genocidi… E voi?
GIUDICE: Cercavo di capire.
MEMORIA: E ora avete capito?
GIUDICE: Non so cosa dire.
SILENZIO: Allora tacete, imputato, è la condanna peggiore.
Cena con delitto scritta da Enrica Beccaris e Margherita Monga con la Compagnia Teatrale La Rumarola

Il soggetto della cena con delitto è la morte di Siro Zuliani, celeberrimo Duca di Santo Stefano, poi maschera del “Duca della Pignata” del Carnevale veronese. La vicenda, che ancora oggi solleva molti dubbi nonostante sia passata alla cronaca come un semplice suicidio, è ambientata a Verona e a Mantova a fine Ottocento. L’influenza degli Austriaci, della massoneria e dell’indipendenza italiana ottenuta non moltissimi anni prima rendono la storia intricata, soprattutto vista la partecipazione di alcune donne descritte sui quotidiani di allora come “dame misteriose”.
Sono sette gli attori che coinvolgono il pubblico nel corso della cena verso la soluzione del caso e grazie all’ironia dei personaggi, sanno divertire e incuriosire tutti i partecipanti.
Per informazioni e preventivi, contattare margherita.monga@gmail.com




MASSICCI MONOLOGHI SULLE ROCCHE – di Margherita Monga
Se vuoi leggere un testo davvero pesante, clicca QUI.

Matilde di Canossa – l’inizio di un monologo
Matilde di Canossa giunge portando con sé la sua rocca. L’abito-rocca, piuttosto rigido per essere un abito, limitato per essere una rocca, pare comunque inespugnabile e di Matilde lascia libere solo la testa e le braccia.
MATILDE Oh, inexpugnabile pietronas cacuminata, nomata Canossa, intra tibi praedico mi que sun Matilda. (sguardo al pubblico) Matilda qui?! Secundo ti? Matilda de Canossa, sancti Numi! Magna Comitissa, me nominan multi, que stabat pro Gran Contessa in vostrum vulgarissimo verbo. Matilde di Canossa, la Gran Contessa, in altra parolas, cum illa famosa pietra dicta Rocca di Canossa. Massa piccola, dicte vobis? Piccola sed ludicolona, dicunt. Eia ergo, advocati omni, illos vostros misericordes oculos ad qui converte solum per iudicare ille dimensiones! Esta es una reproductione, illa Rocca di Canossa est magnissima et inexpugnabilissima, que neanca niuno homo in armis potebat intrare sine extrarre longhissimo et solidissimo gladio… et anca sic erat en tantìn fatiga expugnarme. Com’est come non est, me praesento hic et nunc, perquod mea terra feudale arribat adusque Benacus Lacus. (sguardo al pubblico che probabilmente non ha capito) Sono la vostra contessa, Matilde di Canossa, figlia di Bonifacio di Canossa detto il Tiranno, pronipote di Ottone I di Sassonia, il sassone che sposò Adelaide di Borgogna e fu con lei Re degli Italici. Il mio feudo, ducato, marca o contea comprende ciò che oggi chiamate Lombardia, parte del Veneto, Emilia Romagna e Toscana. Conto più parenti e sostenitori nel clero pontificio della Mona Lisa del Codice Da Vinci e in quanto Dei gratiae invictissima sono a un passo dalla santità… Ma già la mia ava, madre del trisavolo Ottone I fu santa Matilde e predicò la regola L’inizio della santità sta nel desiderarla, nel domandarla a Dio, e nello sforzarsi per averla… Purtroppo la fine della regola non fu scritta e mi fermo ancora lì a riflettere sull’inizio della pratica di santità… Finisce poi che mentre rifletto c’è da fuggire da un marito gobbo, seppellirlo secondo necessità, portare avanti una guerra, sopprimere una ribellione, umiliare qualche Enrico IV nella neve… E c’è la questione della virgo intacta, che io tento di barattare con la rocca intacta, che – al contrario della mia virgo – non si è mai aperta all’invasore. Insomma, pare che se non sei martirizzata o almeno virgo intacta… Niente, nonostante le mie conoscenze non riuscirò a diventare santa. (cambio d’umore, nel mandare tutti a quel paese) Qui sibi frecat?! Mihi frecat nulla et mea fama de Magna Comitissa mihi permaneat in saecula saeculorum. Tiè!
NOVITÀ DAL TEATRO AMATORIALE VERONESE: la stagione estiva della compagnia gardesana La Rumarola

Dopo in periodo di forzoso e forzato riposo La Rumarola torna a farsi sentire proponendo nel bel cortile del Chiostro della Pieve di Garda la consueta rassegna estiva.
Quattro le commedie in cartellone che rallegrano altrettanti mercoledì estivi.
La rassegna è iniziata lo scorso 19 luglio con “Romeo e Giulietta. Una storia di banditi” presentata dalla Compagnia Teatrale L’Archibugio di Lonigo. Il testo di Shakespeare sulla tragica vicenda dei due giovani amanti di Verona dà lo spunto a Giovanni Florio per raccontare in chiave umoristica vecchie storie di amori, crimini e giustizia tratti dagli archivi della Serenissima di Venezia… in stile western!
Segue, il 26 luglio, “Cantiere a luci rosse” degli Amici del Teatro dell’Attorchio di Cavaion Veronese, proposta da Igino Dalle Vedove e Ermanno Regattieri. Due atti brillanti in dialetto veronese in cui sono presenti i temi cari al teatro amatoriale leggero basati sull’equivoco, la tresca e il doppio senso.
Il 2 agosto la Compagnia il Nodo Teatro di Desenzano propone “A scatola chiusa” di Georges Feydeau con la regia di Furnari e Malesci. Una farsa basata su un intreccio di equivoci assurdi ed esilaranti ambientata nella Parigi della Belle Époque e della ricca borghesia spesso ignorante, per la quale anche l’arte è commercio ed esibizione di potere.
Il 9 agosto ultimo appuntamento estivo con “Gl’ innamorati ” di Carlo Goldoni presentata dalla Compagnia Il Sipario Onirico per la regia di Fabio Tosato. Una commedia brillante in due atti in cui i personaggi danno vita a una serie di intrecci e situazioni divertenti sullo sfondo della storia d’amore di Eugenia e Fulgenzio.
Quattro appuntamenti assolutamente da non perdere per questa estate ‘23 calda e piena di speranze.
Questo per quanto riguarda la stagione estiva che non ci vede diretti interpreti ma che viene proposta per mantenere fede a una consuetudine che risale agli anni ’80, precisamente al 1985, quando nacque La Rumarola per merito della mitica Maria Antonietta Vianini, la Maestra con la M maiuscola!
Di lei si è detto di tutto, ma non tutto…
Solo chi ha conosciuto e frequentato personalmente questa grande comunicatrice e donna di spettacolo può testimoniare della sua competenza e creatività, dedizione e generosità, rispetto ed empatia, passione ed entusiasmo, leadership e condivisione e l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Ora la Maestra ha raggiunto quell’età in cui non sempre si riescono a seguire tutti i progetti che la creatività suggerisce e nel ruolo di presidente della Rumarola è subentrata dallo scorso dicembre Margherita Monga, già regista della Compagnia dal 2017.
Ma conosciamo meglio questa autrice e regista alla quale la Maestra ha passato il testimone e ha affidato la sua “creatura”.
Diplomata in drammaturgia alla Scuola d’Arte Drammatica di Paolo Grassi, laureata in Lettere Moderne e in Linguistica Italiana, Margherita è professoressa di lettere e autrice. Da anni fa dell’italiano un lavoro creativo e scrive testi per il teatro, eventi e laboratori per bambini e adulti. Tra i riconoscimenti da lei ottenuti, si conta l’importante menzione del premio di drammaturgia Hystrio (Teatro dell’Elfo, Milano, 2014), ottenuta grazie al testo “Hugo – burla veronese”, attualmente oggetto di traduzione nell’ambito del concorso Art Omi di New York.
Garda, 24 luglio, La Rumarola